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Tell Me Something: the songs of Mose Allison

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Tell Me Something: The Songs of Mose Allison Esiste una coltre di nebbia che avvolge la percezione collettiva di Van Morrison . Per decenni, la critica meno attenta lo ha incasellato come il bardo celtico, architetto di un misticismo folk-soul pastorale e visionario. Eppure, a guardare sottopelle la sua intera traiettoria, emerge un’evidenza diversa: Morrison non ha mai smesso di usare il jazz come bussola formale. Non lo ha fatto da accademico, né da devoto imitatore dei classici, ma da corsaro, masticando il be-bop, distorcendo lo swing e piegando la materia alla propria urgenza spirituale. Il momento di massima epifania di questa identità clandestina si colloca nell’ottobre del 1996 con la pubblicazione di Tell Me Something: The Songs of Mose Allison . Questo disco non rappresenta un semplice tributo tardivo, ma l’esplosione di un sodalizio intellettuale e sonoro tra quattro personalità straordinarie: Morrison stesso, Georgie Fame , Ben Sidran e il maestro indiscusso Mose Allison ....

How Long Has This Been Going On?

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Prendetevi un momento per voi, magari versandovi qualcosa da bere; mettetevi comodi insomma, perché in questo capitolo analizzeremo il rapporto tra Van Morrison e il jazz. Proprio così: arriva un momento in cui il gioco si fa duro, come si usa dire, ed è proprio in quell’istante che l’artista irlandese esplora un territorio fin qui poco battuto e conosciuto: il jazz.  È il 1995, precisamente il 5 maggio, quando in compagnia di Georgie Fame e di un nutrito gruppo di musicisti, dove spiccano, tra gli altri, Pee Wee Ellis, Alec Dankworth, Leo Green e Ralph Salmins, Van registra dal vivo al Ronnie Scott’s Jazz Club di Londra le 14 tracce che comporranno  How Long Has This Been Going On? il 24esimo  disco in studio per Van. Il materiale è composto da brani di vario tipo. Ci sono infatti pezzi autografi già precedentemente pubblicati come I Will Be There (da Saint Dominic’s Preview), Moondance, All Saint’s Day (da Hymns to the Silence) e Heathrow Shuffle, i quali sono alternat...

Recensione di James Hunter Six - Off The Fence

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James Hunter ritorna con Off The Fence , un album che celebra il suo talento nel soul e nel rhythm & blues contemporaneo. Dodici brani raffinati, tra cui il duetto elettrizzante con Van Morrison su “Ain’t That a Trip” , testimoniano una carriera solida e coerente. The James Hunter Six – Off The Fence Con Off The Fence James Hunter firma uno dei lavori più compiuti e consapevoli della sua lunga traiettoria artistica, un album che non cerca scorciatoie contemporanee né aggiornamenti cosmetici, ma rivendica con naturalezza una fedeltà profonda alla grammatica del soul e del rhythm & blues classico. Dodici brani originali, suonati con il suo gruppo storico, che sembrano collocarsi fuori dal tempo senza mai apparire archeologici, grazie a una scrittura asciutta, a un groove costante e a una voce che resta il vero centro di gravità dell’intero progetto. Non è un caso che la sua cifra vocale e interpretativa richiami costantemente il modello di Sam Cooke, suo maestro e padre spiritu...

Ascoltare Moondance

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  Così come Astral Weeks era stato scritto e realizzato come un album senza compromessi di sorta, il terzo disco di  Van Morrison  verrà assemblato in modo speculare, diametralmente opposto. In Astral Weeks (salvo rari casi) i brani superano ampiamente i cinque minuti, sfiorando nel caso di Madame George addirittura dieci minuti. Moondance parte con un'altra marcia e con un registro decisamente meno impegnativo. And It Stoned Me, è un brano che parla di estasi nell'atto di osservare i miracoli della natura. Una descrizione di ambienti rurali dove il centro tematico è rappresentato da questo ruscello la cui acqua avrà degli effetti benefici sul protagonista. Morrison ha detto di essersi basato su un'esperienza quasi mistica che ha avuto quando dodicenne pescava nel villaggio di Comber a Ballystockart, dove una volta chiese dell'acqua a un vecchio che disse di averla recuperata da un ruscello. In terza posizione spicca Crazy Love, ode all’amore e al suo nume tutelare,...

Common One o della meditazione guidata

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  Con Into the Music Van Morrison chiude un ciclo per inaugurarne, l'anno seguente, uno nuovo. Le canzoni sono un po' più lunghe rispetto ai suoi album precedenti. Morrison ha detto che il concetto originale era ancora più esoterico ed è stato fortemente influenzato dalla sua lettura dei poeti della natura. "Non trovai mai un compagno che fosse tanto buon compagno come la solitudine", sostiene giustamente Henry David Thoreau. Common One divise la critica all'epoca della sua pubblicazione. Graham Locke lo definì "colossalmente compiaciuto e cosmicamente noioso; una pugnalata alla spiritualità interminabile, vacua e tristemente egoistica". Per Dave McCullough si tratta invece di un lavoro cerebrale e ispirato, volutamente diverso e distante dal canone di canzoni che aveva scritto negli anni precedenti. Tom Carson esalta le qualità sonore e compositive del brano "Satisfied", il vero capolavoro presente sul disco, dove "la semplicità per cui M...

Ascoltando Hymns to the Silence

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La straordinaria vena compositiva e poetica di Van Morrison trova sbocco naturale a cavallo tra la seconda metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta.  Il Nostro pubblica con una certa tempestività i seguenti lavori: A Sense of Wonder (1985), No Guru, No Method, No Teacher (1986) Poetic Champions Compose (1987), Irish Heartbeat (1988), Avalon Sunset (1989), Enlightenment (1990), Hymns to the Silence (1991) e Too Long in Exile (1993). La qualità del materiale è davvero notevole, così il livello di ispirazione, almeno per chi scrive. Soprattutto se si pensa a un disco come Enlightenment, che per chi vi scrive è di una bellezza senza precedenti. Meriterebbe maggior fortuna critica, ma per l'autore è senza dubbio un disco centrale e importante, ed è questo ciò che conta. La sfortuna, tra virgolette di Enlightenment, è quella di stare a metà tra Avalon Sunset e Hymns to the Silence, ennesimo capolavoro, salutato con grande enfasi dalla critica e che ai tempi, nel 1991, ebbe anche ...

Inarticulate Speech of the Heart (1983)

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L'eloquio inarticolato del cuore, viaggio mistico tra Celtic Swing e New Age Pubblicato nel marzo 1983, Inarticulate Speech of the Heart è il quattordicesimo album in studio di Van Morrison e l’ultimo per l’etichetta Warner Bros. Registrato tra Londra, la California e Dublino, il disco segna una tappa fondamentale nel percorso artistico del cantautore irlandese, sia per la svolta stilistica che per l’impostazione spirituale e mistica che lo attraversa da cima a fondo. Rispetto ai lavori precedenti, Morrison decide di affidarsi sempre più alla musica strumentale, lasciando che siano le armonie, i fiati e i synth a esprimere ciò che le parole non riescono più a dire. Quattro delle undici tracce sono interamente strumentali, mentre le altre alternano spoken word, inflessioni soul e improvvisazioni jazzistiche. Il titolo stesso del disco richiama l’idea che sia possibile parlare senza articolare, comunicare senza enunciare, come se la musica potesse finalmente dire l’indicibile. All’ep...

Ascoltando Veedon Fleece: cinquant'anni di solitudine

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Premessa - Tell me of Poe, Oscar Wilde and Thoreau -  Ci sono film, libri e dischi che ti cambiano la vita, a volte. Arrivano nei momenti meno indicati, o forse no. Arrivano quando siamo predisposti, quando le nostre barriere sono state annullate, quando ci ritroviamo da soli nella stanza, a osservare il soffitto, persi dentro i nostri oscuri pensieri. Il film della mia vita è Dead Poets Society, lo vidi da giovanissimo. Il libro è The Town and the City di Jack Kerouac, lo lessi quando avevo 16 anni. Qualche tempo dopo ascoltai invece il disco della mia vita. A dire il vero di dischi ce ne furono non meno di tre. Uno fu Born to Run di Springsteen, un altro Blood on the Tracks di Bob Dylan, mentre il terzo, arrivato per ultimo, fu Veedon Fleece. Ora Veedon Fleece ha una chiave segreta. Se riesci a scoprirla, ti si apre un mondo. Si tratta di un mondo di suggestioni e di voli poetici. Non so se è dovuto a quello stile fluido, lirico, a metà strada tra il folk irlandese il jazz. U...

Avalon Sunset: il crepuscolo della leggenda

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Introduzione agli elementi peculiari della poetica morrisoniana Avalon è considerata l'ultima dimora delle spoglie terrene di Re Artù. Leggenda vuole che dopo che il re venne ferito in battaglia da Mordred, abbia chiesto ai cavalieri rimasti fedeli di gettare la sua spada, Excalibur, nel lago da cui era stata rinvenuta. Quando i cavalieri fecero ritorno videro avvolta dalla luce del tramonto una barca che stava trasportando il corpo in fin di vita di Artù, avvolta dalle nebbie del luogo. Tra i tanti nomi con cui veniva chiamato Artù, mi piace ricordare quello di Cavaliere rosso, un eroe capace di tenere uniti con il potere della Spada e con quello del Calice il vecchio mondo dei Druidi e il nuovo universo cristiano, fondando Camelot. Allo stesso modo, essendo una figura strettamente legata a un'ideale romantico, egli unisce e integra il potere del femminino sacro con quello del mascolino, cioè il potere dello spirito e la forza del cuore, l'impeto del guerriero e lo slanc...