Common One o della meditazione guidata

 


Con Into the Music Van Morrison chiude un ciclo per inaugurarne, l'anno seguente, uno nuovo. Le canzoni sono un po' più lunghe rispetto ai suoi album precedenti. Morrison ha detto che il concetto originale era ancora più esoterico ed è stato fortemente influenzato dalla sua lettura dei poeti della natura. "Non trovai mai un compagno che fosse tanto buon compagno come la solitudine", sostiene giustamente Henry David Thoreau. Common One divise la critica all'epoca della sua pubblicazione. Graham Locke lo definì "colossalmente compiaciuto e cosmicamente noioso; una pugnalata alla spiritualità interminabile, vacua e tristemente egoistica". Per Dave McCullough si tratta invece di un lavoro cerebrale e ispirato, volutamente diverso e distante dal canone di canzoni che aveva scritto negli anni precedenti. Tom Carson esalta le qualità sonore e compositive del brano "Satisfied", il vero capolavoro presente sul disco, dove "la semplicità per cui Morrison si impegna arriva come qualcosa di naturale e senza sforzo, come un dono di grazia". Un lavoro maturo e ambizioso, anche se a tratti un po' freddo e cerebrale, rispetto ai suoi precedenti lavori meglio riusciti.

Per Carson Van Morrison è un grande cantante che probabilmente non ha mai pensato alla musica in termini formali o addirittura drammatici. Invece, ha cercato uno stile che seguisse, il più fedelmente possibile, qualunque cosa stesse pensando, ovunque ciò potesse portarlo. In Common One, ha reclutato il veterano Pee Wee Ellis per il suono di cui ha bisogno, non solo dando al sassofonista piena influenza sugli arrangiamenti dei fiati e sulla direzione musicale generale, ma rendendolo l'altra "voce" nei dialoghi di Morrison con sé stesso. Su uno sfondo scarno e quasi statico di organo da chiesa, chitarra intermittente e percussioni nervose e fuori tempo. Il sax di Ellis mette in ombra il cantante, ponendo domande e sollevando dubbi. In "Haunts of Ancient Peace", il sassofono si intreccia come luci intraviste da una nave in mare, dandoci il benvenuto per un minuto e poi all'improvviso avvisandoci della barriera corallina. Alla fine della canzone, Ellis riesce, in poche note a minare ogni pretesa di calma fatta da Morrison. In "Summertime in England", il suo piacere fisico e incontenibile alle parole "You 'll be happy dancing" comunica lo specifico rapimento. Sta cercando qualcosa di molto meglio di tutte le ponderose sciocchezze sulla "tua tunica rossa che penzola" e sull'essere "alto nell'arte della sofferenza".

In “Satisfied” la semplicità a cui Morrison aspira è qualcosa di naturale, come un dono della grazia. "Ho ottenuto il mio karma da qui direttamente a New York". Il canto di Van Morrison e gli schemi di fiati stilizzati e meravigliosamente modulati di Pee Wee Ellis qui ricordano molto il lavoro di Al Green. Ma Morrison reinventa Green nello stesso modo in cui ha reinventato Ray Charles, trovando il suo sentimento nella tecnica dell’altro e la sua tecnica nel sentimento dell’altro.

“Satisfied” è un altro brano importante presente in Common One, uno dei momenti più rivelatori del disco. Morrison identifica la serenità, lo zenit con il silenzio. Nella composizione di apertura, è grato per “le parole che non abbiamo bisogno di dire” e conclude la prima parte interrogandosi con l'ossimoro: "Riesci a sentire il silenzio?". Ed è proprio qui che avviene la svolta nel canzoniere e nella discografia dell’irlandese. Common One inaugura infatti un ciclo, forse in seguito portato a compimento con un altro capolavoro: quel Hymns to the Silence, doppio album del 1991, di cui tratteremo più avanti, lungo il sentiero della guida all’ascolto di Van Morrison.

Nel 1982, Lester Bangs ha rivalutato Common One, sostenendo che: "Van Morrison stava facendo musica sacra anche se non pensava di farlo, e noi critici rock avevamo commesso il nostro solito errore di prestare troppa attenzione ai testi". Tra i detrattori del lavoro troviamo poi Robert Christgau, il quale con una iperbole lo stronca definendolo il suo disco peggiore dai tempi di Hard Nose the Highway (sigh!), ma al contempo capace di impressionare i suoi devoti fan. Difficile capire il senso di tali affermazioni, ma per chi conosce bene Christgau, sa che non è la prima e neppure l'ultima delle sue stravaganze.

Nel 2009, Erik Hage ha affermato che "la reazione critica dominante lo rappresentava come proibitivo, sentenzioso e inaccessibile, quando in realtà è pieno di molta melodia e bellezza". All Music in seguito scrisse: "Non c'è da stupirsi che i critici rock dell'epoca non l'abbiano compreso e apprezzato. Si tratta di musica al di fuori del pop mainstream, e persino differente rispetto al precedente territorio musicale di Morrison. Conserva il suo potere di trance e di musica curativa, ancora oggi. Una menzione a parte è per Pee Wee Ellis, arrangiatore dei fiati, presente su tutto l'album. Jeff Labes dirige invece la sezione d'archi. Due contributi fondamentali per la buona riuscita del vestito sonoro e musicale di Common One, dodicesimo disco in studio per Van Morrison.

In Common One c'è un titolo che spicca su tutti, probabilmente uno dei maggiori capolavori di Van Morrison, cioè Summertime in England. In questo pezzo il Nostro si allontana quanto più possibile dai facili percorsi che aveva battuto in giovinezza, prima coi Them, poi guidato da Bern Berns e infine da sé stesso, dal suo intuito di autore sensazionale di singoli con alto engagement radiofonico. Non è affatto una cosa di cui vergognarsi, essere capaci di scrivere pezzi destinati alle radio, per infiammare il pubblico più generalista, come si usa dire oggi giorno. Common One pur essendo il disco che inaugura formalmente il decennio degli anni Ottanta è la cosa meno pop mai registrata da Van Morrison, e per nostra fortuna si tratta di un gioiello raro. Un rubino prezioso che bisogna saper custodire e apprezzare, nel tempo. Non è di certo il primo disco che consiglierei a chi volesse approcciarsi all'opera di questo geniale cantautore, ma non è nemmeno il lavoro poi così ostico, per chi probabilmente viene da certo rock progressivo anni Settanta. 

Dario Greco Web Writer


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