Inarticulate Speech of the Heart (1983)
L'eloquio inarticolato del cuore, viaggio mistico tra Celtic Swing e New Age
Pubblicato nel marzo 1983, Inarticulate Speech of the Heart è il quattordicesimo album in studio di Van Morrison e l’ultimo per l’etichetta Warner Bros. Registrato tra Londra, la California e Dublino, il disco segna una tappa fondamentale nel percorso artistico del cantautore irlandese, sia per la svolta stilistica che per l’impostazione spirituale e mistica che lo attraversa da cima a fondo. Rispetto ai lavori precedenti, Morrison decide di affidarsi sempre più alla musica strumentale, lasciando che siano le armonie, i fiati e i synth a esprimere ciò che le parole non riescono più a dire. Quattro delle undici tracce sono interamente strumentali, mentre le altre alternano spoken word, inflessioni soul e improvvisazioni jazzistiche. Il titolo stesso del disco richiama l’idea che sia possibile parlare senza articolare, comunicare senza enunciare, come se la musica potesse finalmente dire l’indicibile. All’epoca della sua uscita, l’album non ebbe un grande successo commerciale, ma fu apprezzato dalla critica più attenta. Col tempo, è stato rivalutato come un lavoro profondo, sperimentale, a tratti ipnotico, che rappresenta la vetta più mistica e introspettiva della discografia morrisoniana degli anni Ottanta al pari dei lavori che l'hanno preceduto, ossia Common One e Beautiful Vision. C’è chi lo ha definito un disco "oceanico", ricco di intensità abissale, quasi privo di compromessi pop, ma pieno di verità emotiva. L’atmosfera dell’album è quella di un’elegia sonora che lo rende di fatto uno dei lavori cardine della discografia del Nostro.
È qui che la svolta “celtica”, spesso solo accennata nei lavori precedenti, trova compimento. “Inarticolato” sembra in effetti un aggettivo inappropriato: il flusso dei sentimenti che era stato lasciato libero di scorrere in Astral Weeks è qui ben regolato e contenuto entro splendide forme musicali, molto ben articolate e altamente piacevoli. Van Morrison ci rivela definitivamente che dentro di lui batte un cuore irlandese, non solo nella solenne Irish Heartbeat, un inno blues che celebra l’unione del suo popolo, ma soprattutto nei meravigliosi brani strumentali che rendono questo album un capolavoro originale, anticipando di qualche anno la tendenza alla riscoperta della musica celtica, che negli anni ’90 diventerà una moda, anche grazie al successo di Enya, brillante nel suo genere. Qui, già vedo alcuni puristi aggrottare la fronte, ma niente paura: il robusto blues shouter di Astral Weeks non si è improvvisamente trasformato in un angelo delicato che sparge il cielo di sublimi canti new age. Il suo approccio alla tradizione è attento e doveroso, più vicino ai vecchi Chieftains, con i quali Van Morrison collaborerà peraltro più volte. Lo si percepisce nella irresistibile jig Connswater, così come nella più pittoresca Celtic Swing, con il suo magistrale intreccio di fiati che ammorbidiscono e raffinano un ritmo forte. Restando tra gli strumentali, Inarticulate Speech Of The Heart (Part 1) potrebbe benissimo fungere da colonna sonora per un film ambientato in un’Irlanda più verde e arcaica, con quei rintocchi di tastiera che suonano chiari come campane. Forse c’è solo un brano con una certa rilassatezza new age: September Night. Qui, le consuete tastiere cristalline sono controbilanciate da cori angelici, in un’atmosfera da idillio notturno.
Rave On, John Donne è uno dei brani più evocativi di Inarticulate Speech of the Heart, un inno mistico alla forza visionaria della parola poetica. Van Morrison vi invoca tre grandi maestri – John Donne, Walt Whitman e Omar Khayyām – trasformandoli in spiriti guida di un viaggio interiore fatto di intuizione, musica e spiritualità. “Rave on, John Donne / Rave on, through the writing of your soul” è più che un verso: è un’esortazione estatica, una celebrazione della poesia come strumento di rivelazione. Morrison canta con tono declamatorio, quasi in trance, su un tessuto musicale morbido ma pulsante, che lascia spazio alla vibrazione della voce e al fluire del pensiero. La figura di Donne, poeta inglese del Seicento capace di fondere misticismo e sensualità, diventa simbolo di una parola che unisce corpo e spirito, ragione e intuizione. Whitman e Khayyām completano questo pantheon poetico, con il loro vitalismo cosmico e il loro amore per la bellezza della vita. Rave On, John Donne è più di una canzone: è una dichiarazione d’intenti. Morrison afferma che l’arte autentica non intrattiene, ma risveglia. E che la poesia, come la musica, è una forma di preghiera che attraversa i secoli, sempre viva, sempre necessaria. Ricorda per certi versi i reading di Jack Kerouac, eroe di Morrison e caposcuola del movimento Beat anni Cinquanta.
Morrison introduce una nuova poetica sonora
Inarticulate Speech of the Heart – "L’eloquio inarticolato del cuore" – è forse la più intensa metafora mai adottata da Van Morrison per un suo album. Sintetizza con chiarezza la direzione artistica di un autore in piena fase meditativa, e ne svela l’intento: offrire una dichiarazione poetica che sia al tempo stesso musicale e spirituale. “Inarticulate” non allude a un limite, ma a un paradosso fecondo: ciò che conta davvero – emozione, intuizione, tensione verso l’oltre – non può essere detto, ma solo suggerito. Il cuore non argomenta: vibra. Non parla, ma si esprime attraverso suoni, respiri, pause e timbri. Questo è il nucleo dell’album, la sua missione: restituire ciò che sfugge alla razionalità e alle strutture del linguaggio, lasciando che sia la musica a rivelarlo. Per questa ragione molte delle tracce sono strumentali: il suono diventa l’unico alfabeto possibile per tradurre l’ineffabile. Morrison propone una poetica fondata sulla sottrazione, in cui l’assenza di parole lascia emergere una voce più autentica, diretta, profonda. Il titolo dell’album non è solo evocativo: è un invito all’ascolto attento, contemplativo, a vivere l’esperienza musicale come un viaggio interiore, non concettuale ma sensoriale ed emozionale. Inarticulate Speech of the Heart è il tentativo di rendere udibile ciò che normalmente resta muto: un linguaggio dell’anima che si affida alla musica per esistere. L’intero progetto ruota attorno a questo concept: l’esistenza di una comunicazione che scavalca il discorso articolato e affonda le radici nell’intuizione, nella coscienza, nel sussurro dell’invisibile.
L’inclusione di brani strumentali non è decorativa, ma strutturale: rispecchia una visione della musica come ponte verso il trascendente, come canale per esperienze che non si possono spiegare, ma solo vivere. A ispirare questa svolta sono anche le letture esoteriche, filosofiche e spirituali che Van Morrison esplora in quegli anni. L’atmosfera che ne deriva è eterea, non tanto new age in senso commerciale, quanto piuttosto immersa in una ricerca intima e personale, in equilibrio tra corpo e spirito, natura e metafisica. Il disco non vuole spiegare, ma evocare. Non impartisce verità, ma apre varchi. Non consola, ma interroga. Anche l’enigmatico ringraziamento nei crediti dell'album a L. Ron Hubbard sembra inserirsi in questa logica: non come adesione ideologica, ma come simbolo di un’apertura verso percorsi spirituali alternativi, liberi da dogmi. Morrison non predica: indaga. E in questo album, come mai prima, il cammino interiore si fonde con quello musicale. È un viaggio fatto di ascolto, silenzio, vibrazione. Dove la voce più vera è quella che non ha bisogno di parole.
Inarticulate Speech of the Heart è un disco di passaggio e al tempo stesso di rivelazione. Meno accessibile di Moondance, meno lirico di Astral Weeks, ma non meno importante. Qui Van Morrison mette a tacere le canzoni da classifica per dare spazio a una voce interiore, a un respiro più ampio. È un lavoro che richiede pazienza, disponibilità all’ascolto lento e alla riflessione. A distanza di quarant’anni, rimane una delle sue opere più affascinanti e misteriose, forse anche una delle più sincere. Un disco che si ascolta meglio da soli, in silenzio, lasciando che la musica ci parli come farebbe una carezza, un’intuizione, una preghiera laica. E quando le parole non bastano più, è proprio lì che la musica di Van Morrison comincia a dire tutto.
Dario Greco


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