Ascoltando Veedon Fleece: cinquant'anni di solitudine
Premessa - Tell me of Poe, Oscar Wilde and Thoreau -
Ci sono film, libri e dischi che
ti cambiano la vita, a volte. Arrivano nei momenti meno indicati, o forse no.
Arrivano quando siamo predisposti, quando le nostre barriere sono state
annullate, quando ci ritroviamo da soli nella stanza, a osservare il soffitto,
persi dentro i nostri oscuri pensieri. Il film della mia vita è Dead Poets
Society, lo vidi da giovanissimo. Il libro è The Town and the City di Jack
Kerouac, lo lessi quando avevo 16 anni. Qualche tempo dopo ascoltai invece il
disco della mia vita. A dire il vero di dischi ce ne furono non meno di tre. Uno
fu Born to Run di Springsteen, un altro Blood on the Tracks di Bob Dylan,
mentre il terzo, arrivato per ultimo, fu Veedon Fleece.
Ora Veedon Fleece ha una chiave
segreta. Se riesci a scoprirla, ti si apre un mondo. Si tratta di un mondo di
suggestioni e di voli poetici. Non so se è dovuto a quello stile fluido,
lirico, a metà strada tra il folk irlandese il jazz. Un disco che ti conduce
dove non credevi di poter accedere. Le scoperte del resto sono sempre frutto
del caso, della fortuna. Alcune ci vengono indotte da anime pie, ma autentici
Cicerone che ci conducono con mano nei meandri della conoscenza, di quello che
viene convenzionalmente indicato come stato dell’arte. Per me Veedon Fleece fu
la scoperta di un mondo, e la rinascita spirituale che utilizzai per superare
un momento difficile, una delle mie linee d’ombra che mi capita di
attraversare.
In seguito lessi Walden di Henry
David Thoreau, in un momento ieratico di introspezione e chiusura dal mondo
esterno. Ascoltare Fair Play, mi fa tornare alla mente la mia parentesi romana,
quando in modo goffo tentai di corteggiare una studentessa di economia,
originaria del crotonese. Lei mi disse di essere patita di storie dell’orrore e
io le regalai la mia copia di The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket
di Edgar Allan Poe. Poe mi aveva tenuto compagnia durante un’adolescenza
turbolenta e scapestrata, quando decisi di farmi una cultura leggendo tutto
quello che mi capitava tra le mani.
Ascoltare il passaggio di Fair
Play mi fece scoprire una nuova anima affine e il suo nome era Van Morrison. Il
cantautore irlandese, in questo meraviglioso brano svela al mondo la sua
curiosità in campo letterario che è tipica degli autodidatti. Questo però non
si rivela come un limite, ma come un punto di partenza verso una conoscenza più
grande e profonda.
Come dice Thomas Wolfe:
"Perdere la terra che conosci, per una maggiore conoscenza, perdere gli
amici che amavi per un amore più grande, trovare una terra più ricca del mondo,
più dolce della tua casa, su cui sono stati piantati i pilastri di questa
terra, là dove tende la coscienza del mondo, si alza il vento e straripano i
fiumi."
Avevo trovato la mia terra più
ricca, l’avevo trovata perdendomi tra i solchi di un meraviglioso disco verde,
il cui titolo era così sfuggente e magnetico, che per settimane non ebbi il
coraggio di ascoltare altro. Questo è stato l’effetto che mi fece scoprire Van
Morrison. Il Magic Time però risiede nella capacità di provare ancora oggi,
dopo oltre 20 anni lo stesso sentimento. Certo più lieve, forse meno definito,
ma quando parte il contrabbasso e il pianoforte disegna accordi acquosi e al
contempo caldi, delicati, io entro in questo universo fatato, in una dimensione
astrale che mi fa riflettere sulle vite passate, sulle situazioni di molti anni
fa, su ricordi che non pensavo di avere.
Non c’è modo di capire perché
alcune opere ci danno queste sensazioni. Forse fa parte del gioco, forse siamo
troppo sensibili e abbiamo sprecato troppe ore ad ascoltare canzoni e dischi un
po’ troppo malinconici. Eppure sono persuaso che anche tu, mentre leggerei
questo mio scritto sarai perso tra la nebbia dei ricordi, tra i pensieri più
intimi e sinceri di quella prima volta in cui ascoltasti Veedon Fleece di Van
Morrison. Era il 1974, forse il 1994, oppure è stato solo qualche settimana fa.
Dopo tutto non fa nessuna differenza, come cantavano The Band nella loro
canzone.
Veedon Fleece - Cinquant'anni di solitudine dopo
La traccia di apertura, "Fair Play" prende il titolo da un amico di Van Morrison: Donall Corvin, il quale in una espressione colloquiale era solito ripetere “fair play to you” come complimento ironico. È una ballata in 3/4 dove vengono citati i nomi di Oscar Wilde, Edgar Allan Poe e Henry David Thoreau. Secondo l’autore deriva "da ciò che mi passava per la testa" e segna un ritorno alla scrittura realizzato attraverso la formula del flusso di coscienza, già utilizzato in alcune tracce degli album precedenti. "Linden Arden Stole the Highlights" prosegue con "Who Was That Masked Man" (cantata in falsetto) sostenuta da un impianto fortemente lirico, melodico ed evocativo. La trama riguarda un mitologico espatriato irlandese che vive a San Francisco, il quale una volta messo alle strette, diventa violento e poi si nasconde, "vivendo con una pistola". Un riferimento esplicito alla serie tv, The Lone Ranger. Morrison ha descritto l'antieroe Linden Arden come "l'immagine di un immigrato irlandese che vive a San Francisco – un tipo molto duro.
"Streets of Arklow" descrive una giornata perfetta nella "terra verde di Dio" ed è un omaggio alla contea di Wicklow, visitata durante la permanenza irlandese dell’autore proprio nel '73. Nei versi di apertura della canzone: "E mentre camminavamo per le strade di Arklow, oh i colori del giorno caldi, e le nostre teste erano piene di poesia, al mattino che arrivava all'alba" si diceva che "contenessero i semi tematici di l'intero album: natura, poesia, Dio, innocenza ritrovata e amore perduto” secondo il critico John Kennedy. "You Don't Pull No Punches, but You Don't Push the River" è considerata come una delle composizioni più riuscite di Morrison. Ha rivelato che la canzone avesse un debito considerevole con le letture nella terapia della Gestalt. La terapia della Gestalt si occupa soprattutto di osservare e verificare la consapevolezza del processo dei pensieri, sentimenti e azioni di un individuo, prestando maggiore attenzione al “cosa” e al “come”, piuttosto che al “perché” di un'azione o di un comportamento.
Sulla seconda facciata dell'album troviamo "Bulbs" e "Cul de Sac", brani che si concentrano sull'emigrazione in America e sul ritorno a casa. L'album si conclude con tre canzoni d'amore: "Comfort You", "Come Here My Love" e "Country Fair": le ultime due utilizzano uno stile classico di ballata irlandese. Per Clinton Heylin sono tracce che trattano il potere lenitivo dell’amore, parlando di ciò che l’innamorato riesce a fare per la propria amata. Come Here My Love suona come il canto di un uomo che sta imparando ad amare nuovamente. In termini tematici "Country Fair" è un sequel di "And It Stoned Me", con la differenza che mentre And It Stoned Me era posta come apertura, la traccia presente su Veedon Fleece viene utilizzata per chiudere il disco. Elvis Costello ha definito l'album come uno dei suoi preferiti, citando "Linden Arden Stole the Highlights" come il pezzo che rende il lavoro così speciale.
La foto di copertina dell'album mostra Van Morrison seduto nell'erba tra due levrieri irlandesi. Il fotografo, Tom Collins, ha scattato la fotografia originale che collocava Morrison e i cani adiacenti al Sutton Castle Hotel, una villa che si affaccia sulla baia di Dublino, dove Morrison soggiornò per la prima volta quando arrivò in Irlanda in vacanza. Diversi autori hanno commentato l'oggetto misterioso, "Veedon Fleece" come appare nel titolo dell'album, citato nel testo della canzone "You Don't Pull No Punches, but You Don't Push the River". Scott Thomas afferma: "Il Veedon Fleece ideato da Morrison è il simbolo di tutto ciò che si desiderava nelle canzoni precedenti: illuminazione spirituale, saggezza, comunità, visione artistica e amore". Steve Turner conclude: "Il Veedon Fleece sembra l'equivalente irlandese del Santo Graal, una reliquia religiosa che risponderebbe alle sue domande, se potesse rintracciarla durante la sua ricerca, lungo la costa occidentale dell'Irlanda." Per Van Morrison il titolo non ha una spiegazione univoca, potrebbe anche trattarsi di un nome proprio di persona. “Ho un intero immaginario di personaggi nella mia testa che sto cercando di inserire in ciò che scrivo. Veedon Fleece è uno di questi e all'improvviso ho iniziato a cantarlo, sotto forma di flusso di coscienza.”
Nel 1978 Van Morrison ha ricordato di aver registrato le canzoni quattro settimane dopo averle scritte: "Veedon Fleece era un gruppo di canzoni che ho scritto e registrato quattro settimane dopo averle composte. Quando fai un album scrivi alcuni brani; potresti avere quattro canzoni e forse ne scrivi altre due, improvvisamente hai abbastanza canzoni per un album." Secondo il batterista Dahaud Shaar, le tracce sono state stabilite in modo molto informale. Il bassista David Hayes afferma che: "Ogni sera per una settimana è arrivato con due o tre nuovi brani e abbiamo iniziato a suonare con lui, senza troppe indicazioni, in modo semplice e diretto". Jim Rothermel ha ricordato che durante le registrazioni dell'album in California le canzoni erano spesso la prima take e che i membri della band a volte non avevano sentito i brani in precedenza. Gli archi e i legni sono stati arrangiati da Jef Labes in uno studio di New York.
La canzone "Come Here My Love" è stata composta durante le incisioni, mentre "Country Fair" proviene direttamente dal periodo di Hard Nose the Highway. "Bulbs" e "Cul de Sac" furono editate a New York con musicisti con cui Morrison non aveva mai lavorato prima: il chitarrista John Tropea, il bassista Joe Macho e il batterista Allen Schwarzberg. L’approccio è molto più rock e pimpante, rispetto al nucleo dei pezzi che caratterizzano l’album. "Veedon Fleece inaugura un periodo di crescente fiducia poetica, con una Musa che pur operando attraverso il flusso di coscienza, è sotto il controllo del paroliere". Le canzoni, registrate nell'album, sono state influenzate dal suo viaggio in Irlanda nel 1973 ed era la sua prima visita da quando aveva lasciato Belfast nel 1967.
Conclusione
Veedon Fleece è il vino pregiato che conservi in cantina per una occasione speciale. Va saputo apprezzare, a piccoli sorsi, con la giusta atmosfera. In alcune circostanze questo LP è capace di generare emozioni di cui a volte ci si dimentica, durante questa frenetica, ma piatta esistenza. Un disco che va ascoltato a volume sostenuto e/o in alternativa in cuffia, per un ascolto più raccolto, intimo. Ha delle qualità che sono tipiche di certo jazz, ma al contempo gode dell'immediatezza più marcatamente folk del cantautorato anni settanta a cui evidentemente appartiene.
Dario Greco



Commenti
Posta un commento