Ascoltando Hymns to the Silence
Il Nostro pubblica con una certa tempestività i seguenti lavori: A Sense of
Wonder (1985), No Guru, No Method, No Teacher (1986) Poetic Champions Compose
(1987), Irish Heartbeat (1988), Avalon Sunset (1989), Enlightenment (1990),
Hymns to the Silence (1991) e Too Long in Exile (1993). La qualità del
materiale è davvero notevole, così il livello di ispirazione, almeno per chi scrive. Soprattutto se si pensa a un disco come Enlightenment, che per chi vi
scrive è di una bellezza senza precedenti. Meriterebbe maggior fortuna critica,
ma per l'autore è senza dubbio un disco centrale e importante, ed è questo ciò
che conta. La sfortuna, tra virgolette di Enlightenment, è quella di stare a
metà tra Avalon Sunset e Hymns to the Silence, ennesimo
capolavoro, salutato con grande enfasi dalla critica e che ai tempi, nel 1991,
ebbe anche un buon successo commerciale. Van Morrison era davvero tornato,
assaporando il giusto successo e riconoscimento che nel corso della sua lunga e
prolifica carriera, non sempre ha ottenuto.
In una recensione per Time, Jay Cocks sostiene che
"Hymns to the Silence concentra e ridefinisce i temi di Morrison nel corso
della sua lunga carriera, un po’ come una retrospettiva museale già in corso.
Si immerge in profondità nell'autobiografia, nelle speculazioni spirituali,
nella mitologia blues per i suoi temi." Per Elysa Gardner,
Morrison si appropria di una varietà di stili musicali in canzoni che sono al
contempo gioiose e toccanti in un album che "è pieno della passione
costante che continua a rendere Morrison affascinante". Alec Foege sostiene
che la musica di Van è la più eclettica di sempre, mentre i testi dimostrano la
capacità di conciliare la fede cristiana con tematiche più mondane, consentendo
"una ricerca dell'anima piacevolmente individualistica". In The
Village Voice, Robert Christgau si complimenta con le canzoni secolari sul vero
amore, sulla vita ordinaria e sui "giorni prima del rock and roll",
trovando il lavoro "più toccante di quanto si possa immaginare" nel
suo complesso. Parafrasando Bob Marley: - Mi aiuterai a
cantare questi Inni al silenzio?
Hymns to the Silence è il ventunesimo album in studio, il primo doppio in
studio di Van Morrison, pubblicato il 24 settembre 1991. Ha raggiunto la
posizione #99 nella classifica Billboard 200 Top Albums e la #5 nella
classifica UK Albums. È stato registrato a Londra con Mick Glossop come
ingegnere del suono. I temi trattati in questo lavoro sono essenzialmente due:
il rapporto difficile del cantautore con il mondo della musica e il ritorno
alla sua giovinezza di Belfast visto come un desiderio nostalgico, dettato
dall'inquietudine e dall'insoddisfazione per il presente. Un tema universale
che Van Morrison ha più volte ripreso e trattato attraverso il suo magnifico e
unico canzoniere. Piaccia o meno, sono questi gli argomenti di un autore che
arrivato al traguardo dei cinquant'anni (all'epoca), preferisce vivere con uno
sguardo verso un passato fatto di teneri ricordi e di quel romantico senso di
nostalgia. Chi vi scrive condivide da sempre questa insana passione per il
passato. Del resto è questa la distanza e la differenza più netta tra un
artista, un musicista e una persona comune. Mi sbaglio, forse? No, non dovete
rispondere: la mia è una domanda retorica!
Come Bob Dylan, probabilmente l'unico cantautore rock vivente
che ha eguagliato l'ampiezza della sua visione e il suo impatto, Van Morrison
stabilì uno standard iniziale che portò i seguaci ad aspettare ogni nuovo
progetto, con intense aspettative. Come Dylan, anche Morrison ha rischiato di
deludere tali aspettative con scelte discutibili, inclusa la scelta di
realizzare dischi con una prolificità tale da esaurire perfino la Musa più
persistente.
Hymns to the Silence è una mossa maledettamente ambiziosa da parte del
suo autore: un doppio album di materiale prevalentemente originale che segue a
distanza di un anno il suo album più recente, l'eccellente Enlightenment. Come
Enlightenment, Hymns attinge ai già noti tormenti esistenziali del suo autore,
come la nostalgia, la voglia di viaggiare, la ricerca della realizzazione, al
contempo carnale e spirituale. "See Me Through Part II (Just a Closer Walk
With Thee)" si espande su "See Me Through" e "In the Days
Before Rock 'n' Roll", le malinconiche riflessioni di Enlightenment sulla
giovinezza di Morrison; il seguito sembra più didascalico, tuttavia, con un
cantato simile a un sermone sulla purezza della vita "prima del rock 'n'
roll, prima della televisione" urlato su una base puramente gospel. La
traccia di apertura di Hymns è affidata all'ingannevolmente disinvolta
"Professional Jealousy". Si tratta di un brano altrettanto solenne e
ancora più critico, dove l’autore afferma che coloro che riescono attraverso il
duro lavoro e la perseveranza sono spesso soggetti ad amaro risentimento e
"propaganda nera".
Guardando oltre le invettive, è possibile lasciarsi ispirare da brani di
livello superiore come nel caso di "Carrying a Torch", con un
ritornello maestoso e strofe splendide che sanno creare un corto circuito tra
la carne e lo spirito: "Sei il custode della fiamma, e bruci così
luminoso, Baby, perché non ci riprendiamo? "Connetti, muoviti verso la luce."
"Green Mansions" allude a un tipo simile di liberazione, immaginando
un rifugio metaforico "in alto su una collina, in campagna, libero dal
fascino del mondo, dove si può trovare il mio bambino". Il ticchettio
delicato di "Quality Street" vede tali desideri realizzarsi:
"Ringrazio Dio per avermi mandato te", canta Morrison, con una
moderazione che trasmette serenità e stupore.
Musicalmente parlando, Hymns to the Silence attinge alle varie fonti che
Morrison ha incorporato nel corso degli anni. Una vena celtica attraversa gran
parte dell'album, diventando prominente in "Village Idiot", splendida
ballata con testi che evocano "Fool on the Hill" e in una versione
dell'inno tradizionale "Be Thou My Vision" eseguita con Paddy Moloney e
la sua band, The Chieftains. Il disco sale di livello e di tono nei momenti
giusti, sapendo miscelare al meglio il ventaglio di influenze, stili e canoni
adottati da Van Morrison. Se non vi suona come un capolavoro tutto questo,
probabilmente avete qualche difetto al vostro impianto stereo, ma se lo stereo
funziona bene non saprei proprio cosa dirvi.
"Ordinary Life" è un blues schietto, mentre "So Complicated" e l'esuberante "All Saints Day" offrono un robusto r’n’b swingato nello spirito di Ray Charles. E a proposito di The Genius trova spazio, tra i solchi del disco una bella versione di "I Can't Stop Loving You" classico del 1962, scritto da Don Gibson ed eseguita con The Chieftains. "It Must Be You" ha un tocco vagamente smooth-jazz, ma la voce imperiosa di Morrison infonde vitalità alla traccia. Sono consapevole del fatto che alcuni ritengano vi siano punti deboli nei brani più tipicamente morrisoniani come "Take Me Back", "Pagan Streams", la title track o "On Hyndford Street". Il mio compito però attraverso questa Guida all’ascolto di Van Morrison è completamente speculare rispetto a quel tipo di critici che si sforzano di trovare il pelo nell’uovo. Per me le cose stanno diversamente.
Quello che segue è il mio punto di vista su Hymns to the Silence
La generosità, il coraggio e il tratto autoriale di chi se ne sbatte di
assecondare pubblico e critica, sono cose che un vero appassionato, un
trovatore dovrebbe sempre sostenere, anzi dovrebbe proprio sforzarsi di
divulgare e far conoscere il più possibile. Perché artisti come Van Morrison,
come Bob Dylan o come Dr. John, sono delle rarità, eccezioni che abbiamo
miracolosamente scoperto e studiato. Personalmente chi vi scrive vorrebbe ogni
giorno svegliarsi e scoprire che non sono delle torce uniche che stanno
bruciando come candele romane in questa notte infinita che stiamo vivendo e
attraversando. Van Morrison rappresenta il legame tra l’arta ancestrale e la
tradizione del blues, del folk, della musica che ha fatto brillare il secolo
scorso. Ricordatelo quando vi confrontate con un disco come Hymns to the
Silence. Non c’è altro da fare che essere umili e concentrati quando ci si
approccia con artisti di questo calibro. Questo disco è una meraviglia per le
orecchie, ma soprattutto per il cuore e l’anima di chi sa cogliere il
significato e il senso dell’opera.
Dario Greco


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