Ascoltando Keep Me Singing


Ci sono dischi che entrano nella storia della musica. E poi ci sono dischi che, per ragioni spesso misteriose, entrano nella nostra vita e ci restano. Keep Me Singing probabilmente non farà la storia della musica. Ma nella mia biografia personale ci sarà spazio, e di quello più intimo, per un album che sa, per certi versi, di un ritorno a casa. Un disco che sa di settembre, di luce che declina, di foglie che cominciano a cedere.

Il 2016 non è stato, per me, un anno particolarmente generoso di musica. Eppure, in un autunno difficile, uno di quelli in cui i giorni si accorciano troppo in fretta, è arrivato questo disco e ha saputo strapparmi qualche momento di pura bellezza, almeno sul piano musicale. È un lavoro in cui non è facile scegliere una sola traccia: è un’opera ricca, che restituisce un Van Morrison ispirato e concentrato come non lo si sentiva da tempo. Erano diversi anni che il cantautore nordirlandese non riusciva a regalare emozioni così intense. Con Keep Me Singing Morrison sembra entrare in una nuova fase, fatta di ispirazione ritrovata e di un talento che, a essere onesti, non era mai del tutto scomparso.

L’album esce il 30 settembre 2016. Morrison ha settantuno anni. Pochi mesi prima, a Buckingham Palace, era stato nominato Knight Bachelor per i suoi servizi alla musica e al turismo dell’Irlanda del Nord: Sir Van Morrison. Un riconoscimento importante, che però non lo ha trasformato in una figura da celebrare soltanto attraverso il passato. Il nuovo disco mostra invece un artista ancora immerso nel proprio lavoro, capace di affrontare la maturità senza rinunciare a se stesso.

Il trentaseiesimo album in studio non ha il sapore di un’opera crepuscolare. È piuttosto un disco raccolto, consapevole, costruito intorno alla musica come necessità, rifugio e forma di resistenza personale. In un periodo segnato da una forte sensazione di precarietà, Morrison sembra restringere il campo, scegliendo uno spazio sonoro più intimo, dove il tempo può dilatarsi e memoria, spiritualità e presente finiscono per incontrarsi senza fretta.

L’apertura è affidata a Let It Rhyme: country-soul e rhythm and blues acustico accompagnano una riflessione sul mestiere della scrittura e sul potere della rima. Morrison rivendica la necessità di dare forma al caos attraverso il canto. È un inizio che stabilisce subito il tono dell’album: elegante, misurato, senza bisogno di sovraccaricare gli arrangiamenti.

Every Time I See a River, scritta con Don Black, introduce il tema del tempo attraverso l’immagine del fiume. Lo scorrere dell’acqua diventa lo scorrere della vita, dei ricordi e dei legami perduti. Anche la voce racconta qualcosa del Morrison di questa stagione: le spigolosità degli anni giovanili hanno lasciato spazio a una densità più calda, a una capacità interpretativa fatta soprattutto di sfumature e di silenzi.

In Memory Lane il discorso si fa ancora più intimo. La memoria dell’infanzia a Belfast è accompagnata da archi discreti, quasi sospesi. Morrison torna indietro senza trasformare il ricordo in pura nostalgia: il passato diventa orientamento, un modo per ritrovare radici e identità mentre il presente continua a cambiare intorno a lui.

Out in the Cold Again porta il disco verso le atmosfere della torch song e degli standard jazz e pop. Il contrasto tra il gelo del testo e il calore della musica restituisce una delle tensioni più vive dell’universo morrisoniano: il bisogno di isolarsi e, insieme, quello di una presenza umana che interrompa la solitudine.

La dimensione spirituale emerge con maggiore evidenza in Holy Guardian Angel. Il brano si muove in uno spazio rarefatto, quasi sospeso, dove voce e strumenti si cercano senza fretta. È una dimensione che appartiene da sempre alla musica di Morrison e che qui torna a dialogare con quella ricerca del sacro già presente in lavori lontani come Astral Weeks.

Poi arriva In Tiburon. Qui il disco apre una porta diversa: la musica diventa memoria, viaggio, California, letteratura. Morrison torna idealmente ai luoghi e alle esperienze della propria vita, ma lo fa attraverso un flusso che ha qualcosa di jazzistico e di beat. È anche il punto in cui emerge con maggiore chiarezza il rapporto con Jack Kerouac.

Morrison non ha mai nascosto l’importanza dello scrittore di Lowell. Il riferimento a The Dharma Bums (I vagabondi del Dharma, 1958) è più di una semplice citazione letteraria. Nella scrittura di Kerouac riconosce una musicalità e una spontaneità vicine alla propria idea di composizione. Non è un caso che In Tiburon richiami proprio quel mondo della California e della Beat Generation che Morrison aveva conosciuto durante le sue esperienze americane.

A proposito di Kerouac, Morrison ha raccontato:

«Ci sono tre libri molto importanti per me. Un paio mi sono stati regalati da un lavavetri: uno era The Dharma Bums di Jack Kerouac; l’altro era Buddhismo Zen di Christmas Humphreys. E il terzo era La nausea di Jean-Paul Sartre. Sono stati i tre libri che mi hanno influenzato di più».

Poi aggiunge:

«Di Dharma Bums l’elemento che mi ha più colpito è stata la spontaneità della scrittura e il modo in cui si stava svolgendo. […] Era molto, molto musicale, come una lunga improvvisazione. La sua scrittura in realtà aveva molto a che fare con il jazz, perché era quello che stava ascoltando in quel momento – ed è quello che ha preso anche me».

È una dichiarazione che aiuta a comprendere anche altri momenti della scrittura morrisoniana. On Hyndford Street e In Tiburon ne sono esempi evidenti, ma l’influenza di quella sensibilità si ritrova in una parte importante della sua produzione, soprattutto quando la canzone procede per immagini, associazioni e improvvisazioni più che attraverso una narrazione lineare. Kerouac, del resto, appartiene a quella generazione di scrittori che ha esercitato una forte influenza sulla cultura musicale americana del secondo Novecento, da Bob Dylan a Neil Young e Robbie Robertson.

Per me, però, In Tiburon non è soltanto un riferimento letterario. È uno dei brani che rendono Keep Me Singing particolarmente adatto all’autunno, a quel momento dell’anno in cui l’ascolto può diventare una forma di contemplazione. Il disco è arrivato durante un difficile autunno del 2016 e oggi mi piace tornarci proprio in questa stagione, quando settembre e ottobre portano naturalmente con sé una certa inclinazione al ripensamento.

Come diceva Francesco Guccini, «Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età». Prima di scoprire le canzoni di Van Morrison, per me la contemplazione era legata soprattutto ad alcuni dischi del cantautore modenese, capaci di un’atmosfera nostalgica e allo stesso tempo calda. Morrison ha cantato in molti modi le meraviglie di questa stagione: sono numerosi i suoi brani e i suoi album che sembrano fatti per essere ascoltati proprio in questo periodo dell’anno.

In Tiburon, con il suo flusso di ricordi e memorie, appartiene sicuramente a questa categoria. È una canzone da ascoltare durante il meriggio, magari durante una fuga solitaria sul litorale dell’Alto Tirreno cosentino, quando il sole di ottobre getta ombre lunghe e l’odore del mare si mescola a quello delle foglie secche. Facendosi compagnia con un libro di Kerouac, una raccolta di poesie o un romanzo, non fa tanta differenza. Per qualche momento si può immaginare di essere in California, di tornare dal City Lights di Ferlinghetti, dentro un piccolo momento zen: piccoli e audaci beatnik di periferia, persi nel tramonto migliore di un invincibile cielo d’ottobre.

I suoni che mi giungono sono attutiti, rimbombanti, smorzati, come se i travagli dell’uomo si svolgessero sott’acqua. Sento la marea che si ritrae ma non ho paura di essere risucchiato, sento le onde che sciabordano ma non ho paura d’affogare. Cammino tra i relitti e i rottami del mondo, ma i miei piedi non sono contusi. Non c’è limite al cielo né divisione tra terra e mare. Mi muovo tra chiusa e orifizio con piede instabile, che scivola. Non annuso niente, non odo niente, non vedo niente, non avverto niente. Supino o prono, di fianco come il granchio o a spirale come un uccello, tutto è beatitudine vellutata e indifferente.

È forse qui che Keep Me Singing trova il suo significato più personale. Non necessariamente nel fatto di essere uno dei dischi più importanti della carriera di Van Morrison, ma nella capacità di accompagnare un momento della nostra vita e di tornarci dentro, anni dopo, con la stessa familiarità. Un disco può anche fare questo: non cambiare la storia della musica, ma cambiare, per qualche ora, il modo in cui attraversiamo una stagione della nostra. Soprattutto quando quella stagione è l’autunno, e l’autunno sa di ritorno a casa.

ASCOLTARE VAN MORRISON 

- Un blog di Dario Greco -

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