Tell Me Something: the songs of Mose Allison

Tell Me Something: The Songs of Mose Allison

Esiste una coltre di nebbia che avvolge la percezione collettiva di Van Morrison. Per decenni, la critica meno attenta lo ha incasellato come il bardo celtico, architetto di un misticismo folk-soul pastorale e visionario. Eppure, a guardare sottopelle la sua intera traiettoria, emerge un’evidenza diversa: Morrison non ha mai smesso di usare il jazz come bussola formale. Non lo ha fatto da accademico, né da devoto imitatore dei classici, ma da corsaro, masticando il be-bop, distorcendo lo swing e piegando la materia alla propria urgenza spirituale.

Il momento di massima epifania di questa identità clandestina si colloca nell’ottobre del 1996 con la pubblicazione di Tell Me Something: The Songs of Mose Allison. Questo disco non rappresenta un semplice tributo tardivo, ma l’esplosione di un sodalizio intellettuale e sonoro tra quattro personalità straordinarie: Morrison stesso, Georgie Fame, Ben Sidran e il maestro indiscusso Mose Allison.

Uniti da una comune radice blues, i quattro danno vita a una sorta di saggio sonoro sulla “filosofia della strada”. L’opera ridefinisce i contorni di un jazz-blues atlantico in cui linguaggio be-bop, sarcasmo urbano e tradizione rhythm and blues convivono senza irrigidirsi in formule troppo codificate.

Per comprendere la profondità di questo album è necessario un salto indietro nel tempo. Negli anni Sessanta, mentre l’America faticava a catalogare Allison, troppo jazz per i puristi del blues e troppo intriso di polvere del Mississippi per i puristi del be-bop, la nascente scena del British Blues lo elesse immediatamente a figura di riferimento. Artisti come Pete Townshend, John Mayall e lo stesso Morrison videro in Allison qualcosa di unico: un intellettuale bianco del Sud, ironico e speculativo, capace di unire fluidità lessicale e durezza della Chess Records.

Come ricordò Sidran, i britannici si innamorarono della scrittura di Allison perché possedevano un autentico culto del linguaggio. Allison non urlava il blues, lo declamava con distacco cinico ed elegante. Basti pensare a un verso come “Your mind is on vacation, but your mouth is working overtime”.

Morrison covava il desiderio di dedicargli un intero album sin dai primi anni Settanta. La scintilla decisiva scoccò però solo vent’anni dopo, durante un tour con Georgie Fame e Sidran, allora produttore dello stesso Allison. Il risultato fu una sessione fulminea nei Wool Hall Studios di Bath: un intero album registrato in un giorno, quasi tutto al primo o secondo take, rigorosamente dal vivo.

Dalla scoperta britannica di Allison negli anni Sessanta fino alle sessioni del 1996 nei Wool Hall Studios, tutto in Tell Me Something converge verso un’idea di jazz istintiva, mobile e poco incline alla perfezione formale.

La forza di Tell Me Something risiede nell’incontro tra tre personalità differenti, ognuna portatrice di una specifica sfumatura culturale del jazz. Georgie Fame è l’architetto dell’ombra. Cresciuto nei club londinesi degli anni Sessanta, come il leggendario Flamingo, ha contribuito a sdoganare il jazz ritmico in Inghilterra fondendolo con ska e rhythm and blues. In questo album, il suo organo Hammond fornisce il tessuto sonoro su cui poggia l’intera operazione. Il suo approccio vocale è l’esatto opposto di quello di Morrison: lineare, controllato, naturalmente swing, perfetto per incarnare la flemma distaccata di brani come “Was” o “City Home”.

Ben Sidran non è soltanto un pianista; è anche uno dei principali teorici di questa estetica, autore del fondamentale Black Talk. Nel disco il suo ruolo è quasi quello di un alter ego teatrale di Allison. Con il suo timbro sornione, quasi parlato, in brani come “If You Live” o “Look Here”, Sidran bilancia l’irruenza di Morrison inserendo quella sofisticata ironia urbana tipica dei jazz club newyorkesi.

Van Morrison affronta Allison non per imitazione ma per contrasto. Se Allison sussurra e Sidran ironizza, Morrison ruggisce. Brani come “One of These Days” o la stessa “Tell Me Something” diventano arene in cui il cantante applica la propria personalissima estetica jazz: il rifiuto della forma statica a favore dell’improvvisazione continua. Morrison non interpreta il testo, lo scompone; usa le ripetizioni mantriche e lo scat aggressivo non come semplice abbellimento, ma con la stessa forza ritmica e percussiva di un assolo jazz.

Tell Me Something è il secondo tassello di un coerente percorso jazzistico sviluppato lungo oltre vent’anni. Da How Long Has This Been Going On del 1995 fino ai lavori realizzati con Joey DeFrancesco tra il 2017 e il 2018, emerge infatti una traiettoria sorprendentemente compatta.

Da una parte troviamo il sound controllato e profondamente britannico incarnato da Georgie Fame; dall’altra, l’urto frontale, viscerale e profondamente afroamericano di DeFrancesco. Eppure, in entrambi i casi, l’attitudine rimane identica. Come sottolineò Sidran, Morrison in studio “non fa mai la stessa cosa due volte”. Gli arrangiamenti dei fiati, spesso curati dal fedele Pee Wee Ellis, servono soprattutto da argine a un’interpretazione che tende continuamente a rigenerarsi. L’operazione compiuta da Morrison attraverso questo percorso, inaugurato simbolicamente proprio da Tell Me Something, risiede nel rifiuto della rassicurazione accademica. Per Morrison, fare jazz non significa indossare l’abito da sera della cultura alta per compiacere i critici, né riprodurre fedelmente un’estetica cristallizzata nel passato.

Al contrario, misurarsi con Allison o DeFrancesco significa accettare il rischio dell’errore, abbracciare la spinta del beat e rimettere al centro della musica l’istinto. È la dimostrazione che il jazz, prima ancora di diventare una materia da conservatorio, è stato, e continua a essere, nella voce di Morrison, un modo istintivo, viscerale e imprevedibile di stare dentro la musica, Into the Music, come recita il titolo di uno dei suoi album classici fine Settanta. 

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UN BLOG DI DARIO GRECO

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