Born to Sing: No Plan B

 


Nessun piano B quando la musica è destino: Van Morrison torna per restare, con eleganza, tra fuoco e libertà

Nella lunghissima e prolifica carriera di Van Morrison, alcuni dischi sono stati sottovalutati al momento dell’uscita. Fortunatamente  il tempo è galantuomo, come nel caso di Born to Sing: No Plan B, 34esima prova in studio pubblicata nel 2012. Oggi, guardando indietro con lucidità e prospettiva, possiamo affermare che questo lavoro rappresenta un momento cruciale nel percorso dell’artista. Un ritorno alla forma migliore, un disco ispirato e ben costruito, che mette in luce tutta la forza della sua poetica musicale, fondendo jazz, soul, blues e spiritualità in modo naturale e coeso. Non solo: Born to Sing è anche la dimostrazione che Morrison sa ancora esprimere una visione forte, personale e coerente, senza dover inseguire nessuna tendenza, rimanendo fedele a sé stesso.

Registrato nella sua Belfast con un sestetto affiatato e guidato da una sezione di ottoni e di legni, morbida e presente, l’album è il secondo pubblicato su Blue Note, etichetta simbolo del jazz tradizionale. E, in effetti, l’impronta jazz è forte, ma non esclusiva: si tratta di un jazz alla maniera di Van Morrison, radicato nel rhythm & blues, nel soul degli anni Sessanta e nell’eloquenza vocale dei grandi interpreti quali Ray Charles e Mose Allison. A questo va qui aggiunta quell'ormai peculiare spiritualità celtica, filtrata da un senso di malinconia e ricerca interiore, che caratterizza tutta la sua opera. Born to Sing: No Plan B è un disco che suona esattamente come Van Morrison voleva che suonasse. Ogni brano è costruito con cura e amore per il dettaglio, e l’equilibrio tra arrangiamento, melodia e improvvisazione è tra i più riusciti della sua produzione recente. Dopo una serie di dischi formali, qui l’artista torna a sperimentare con i colori e le dinamiche dei suoi strumenti, con l’architettura dei brani e con una vocalità più libera e creativa. 

L’apertura dell’album, Open the Door (To Your Heart), è una dichiarazione di intenti: una melodia soul-swing che richiama alcune sue hit più amate quali Wild Night o Bright Side of the Road, ma con una maturità musicale, un calore espressivo che solo un artista con anni e anni di esperienza può offrire. Il groove è rilassato, il piano accompagna con gusto, e i fiati si intrecciano perfettamente con la voce di Morrison, che è più elastica e ispirata che mai. È una canzone che parla della ricerca interiore e dei pericoli del materialismo – un tema centrale del disco – ma lo fa con eleganza e misura. Segue Close Enough for Jazz, un brano ironico e giocoso che recupera un vecchio tema strumentale del suo repertorio e lo trasforma in un piccolo gioiello a metà tra jazz e R&B. Morrison si diverte con la voce, canta con la tecnica scat, si muove tra frasi musicali con leggerezza e naturalezza, e la band lo segue con dinamismo e fluidità. Il risultato è un brano che suona come un omaggio affettuoso a una lunga carriera fatta di contaminazioni e libertà stilistica. Anche la title track, Born to Sing, è costruita intorno a questa idea di necessità artistica: Morrison canta di sé stesso, della propria vocazione, del suo bisogno esistenziale di fare musica. Lo fa con convinzione e con voce integra, mantenendo tutta la sua potenza espressiva. La sezione fiati arricchisce il brano con un gioco sottile di botta e risposta, mentre la base ritmica tiene il tempo con classe e sobrietà.

Una voce e un artista in stato di grazia

Se c’è un elemento che rende questo disco particolarmente riuscito, è la qualità della performance vocale. Morrison canta con libertà, ma anche con controllo assoluto: si muove tra registri diversi, passa dal sussurro alla potenza, gioca con tempo e intonazione, con l'abituale sicurezza del grande interprete jazz. Ogni brano è un piccolo viaggio espressivo, e in molti momenti la voce diventa essa stessa uno strumento, capace di evocare immagini, emozioni e verità interiori. Il brano If In Money We Trust è forse il più emblematico da questo punto di vista. Si tratta di una ballata in tonalità minore, cupa e riflessiva, che affronta il tema della spiritualità e dell’assenza del divino nella società contemporanea. Ma non è una canzone lamentosa: è un brano potente, ricco di intensità emotiva, con pianoforte, fiati e percussioni che costruiscono un’atmosfera densa e misteriosa. La voce di Morrison, in particolare, colpisce per la sua capacità di incarnare il testo con autenticità e dolore, rendendo ogni parola necessaria e vibrante. Anche Goin’ Down to Monte Carlo, lungo brano di oltre otto minuti, mostra la sua piena padronanza artistica: parte come una meditazione ironica e divertita, e si trasforma in una ricerca profonda di pace e silenzio interiore. Il contrabbasso, la tromba con sordina e lo scat vocale creano un momento che richiama le atmosfere fluttuanti di Astral Weeks, e confermano quanto Morrison sia ancora oggi capace di toccare vette di grande bellezza espressiva.

Testi intelligenti a metà tra la consapevolezza e l'ironia

Uno degli aspetti più interessanti di Born to Sing: No Plan B è il modo in cui Morrison affronta temi attuali – come l’economia, la manipolazione mediatica, la crisi dei valori – senza mai cadere nel didascalico o nel predicatorio. Le sue riflessioni sono inserite in testi ricchi di immagini e doppi sensi, in cui si alternano ironia, sarcasmo e spiritualità. 

Educating Archie è un blues vivace che parla di propaganda, capitalismo e disillusione, ma lo fa con energia e humour nero, usando una base musicale trascinante e un testo provocatorio che non lascia indifferenti. Van Morrison prende di mira un certo tipo di mentalità americana usando come spunto il personaggio televisivo di Archie Bunker, protagonista reazionario della sitcom Archie Bunker's Place. Trasformato in un simbolo, Archie diventa il destinatario di un blues tagliente e ironico, dove Morrison spara a zero su media, consumismo e capitalismo globale. Il brano è uno dei più incisivi del disco: tra groove trascinante e critica sociale, Van canta con lucidità, senza prediche ma con feroce intelligenza musicale. Giocando con gli stereotipi, li esagera, li trasforma in rime polemiche, con la forza di un autore ironico, libero e consapevole. 

Brani come Mystic of the East e Pagan Heart, invece, riportano l’ascoltatore a quella dimensione più interiore e mistica che da sempre abita la sua musica. Sono canzoni che parlano di ricerca, di liminalità, di spiritualità pagana e visioni orientali, ma sempre con un approccio personale e sincero, che non cerca di imporre un messaggio, ma di condividere un’esperienza.

Ciò che colpisce, riascoltando oggi  è quanto l’album sia frutto di una visione chiara e precisa. Niente in questo disco sembra casuale: ogni arrangiamento, ogni timbro, ogni pausa è stato pensato con coerenza e sensibilità. Morrison non si limita a ripetere formule del passato, ma le rinnova con maturità e senso del presente. Anche la band è all’altezza della sfida: i musicisti seguono Morrison con intelligenza e discrezione, dando vita a un suono caldo, umano, avvolgente. L'interplay tra fiati, pianoforte e contrabbasso è uno degli elementi che rende il disco così piacevole da ascoltare anche a distanza di anni. Non a caso, Born to Sing è diventato uno degli album più amati dal pubblico più fedele di Morrison, apprezzato per la sua sincerità, per la sua qualità musicale e per la capacità di parlare al cuore senza artifici. Un disco che merita oggi tutta l’attenzione che forse non ha ricevuto al momento dell’uscita. 

È un album maturo, curato, coerente, che dimostra quanto Van Morrison sia ancora capace di creare musica viva, emozionante, significativa. È anche una sintesi perfetta delle sue molteplici anime musicali, che qui convivono in armonia senza mai sovrapporsi o disperdersi. Lungi dall’essere una semplice parentesi, Born to Sing rappresenta uno step in avanti rispetto alla produzione degli anni precedenti: non solo per la qualità delle canzoni, ma per la chiarezza dell’intento artistico e per la forza della performance vocale. È un album in cui Van Morrison riafferma con forza la propria identità, con uno stile che è solo suo, e con una voce che – oggi come ieri – resta uno degli strumenti più affascinanti della musica contemporanea. 

Born to Sing è più di un titolo: è una dichiarazione d’intenti, un viaggio sonoro dove ogni nota conta, e ogni parola pesa.

Dario Greco


Dedico questa recensione al grande Filippo "Phil" Ceccarelli... e lui sa perché!

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