A Sense of Wonder - Recensione retrospettiva

A Sense of Wonder (Recensione retrospettiva)

Un capitolo luminoso, tra poesia, preghiera e paesaggi dell’anima. 

Diceva William Butler Yeats: «Correggendo le mie opere, correggo me stesso». E forse è proprio questo il respiro profondo che attraversa A Sense of Wonder, quindicesimo album in studio di Van Morrison, pubblicato nel 1984: un’opera che guarda indietro senza nostalgia e in avanti senza fretta, scegliendo come bussola il mistero, la gratitudine e una mistica radicata nella terra.

Siamo nel cuore degli anni Ottanta, un’epoca in cui la musica pop cominciava a perdere il senso dell’attesa e della profondità. Van Morrison sceglie invece la strada opposta: quella dell’interiorità. Con A Sense of Wonder si chiude idealmente il ciclo dei dischi Warner Bros. (da Into the Music a Inarticulate Speech of the Heart) e se ne apre un altro, più maturo e meditativo. Come ha scritto Rolling Stone USA, si tratta di «un grande atto di sintesi e panoramica, che afferma il senso del luogo e del sé dell’artista nei termini delle sue radici celtiche».

In effetti, l’album si presenta fin da subito come un mosaico spirituale. La title track è un inno alla meraviglia, alla natura, al mistero delle cose semplici. Morrison vi elenca nomi di strade, paesaggi, ricordi, personaggi reali o immaginari, in un flusso evocativo che richiama Astral Weeks e il flusso di coscienza joyciano: «Morrison chiama a raccolta colori, nomi, figure e sentimenti grezzi, non intellettualizzati, nello stile della libera associazione», si legge ancora nella recensione americana. Questa libertà espressiva, però, non è mai abbandono: è piuttosto ricerca di un ordine superiore. In Ancient of Days e The Master’s Eyes si avverte una limpida spiritualità che non si rifugia in dogmi, ma si affida al silenzio, alla luce, alla gratitudine. Quest’ultima canzone, in particolare, è un piccolo capolavoro, in cui Morrison intreccia «una beatifica affermazione di fede» con domande piene di nostalgia e dolcezza: «Why didn’t they leave us to wander through buttercup summers?».

Il disco si apre con Tore Down à la Rimbaud, brano emblematico e personale. Il riferimento ad Arthur Rimbaud non è solo letterario, ma anche esistenziale: il poeta francese che smette di scrivere a ventisei anni diventa per Van una sorta di specchio. La canzone nasce in un periodo di silenzio creativo e trova compimento quasi dieci anni dopo. «Ironia della sorte», racconta Van, «leggere che Rimbaud aveva smesso di scrivere mi fece ricominciare a scrivere. È la canzone che ha richiesto più tempo in assoluto per essere completata». E si sente: nel tempo distillato di ogni parola, nella misura controllata dell’arrangiamento, nella voce che sembra cantare da un punto sospeso tra il presente e la memoria.

Il cuore poetico del disco pulsa anche in Let the Slave (Incorporating The Price of Experience), in cui Van mette in musica il testo di William Blake, rendendolo un oratorio moderno, asciutto ma solenne. La voce declama e canta, attraversa la parola scritta con rispetto, fede e intensità. Purtroppo un altro brano ispirato a William Butler Yeats, Crazy Jane on God, non poté essere incluso a causa di vincoli legali: «È un peccato», scrive Rolling Stone, «perché la composizione evocava in modo straordinario la meraviglia rivelatrice e il mistero che abitano il cuore dell’album». Ma anche senza quel tassello, il quadro resta luminoso. Il suono di A Sense of Wonder è avvolgente, misurato, a tratti contemplativo. Accanto alla band storica, presente con la consueta empatia jazzistica, troviamo in due tracce anche l’ensemble irlandese Moving Hearts, che dona alle atmosfere un tocco ancora più radicato nella tradizione celtica. L’effetto complessivo è quello di una musica che respira con la terra e con il cielo, che si fa preghiera e racconto insieme. Completano il viaggio due splendide cover: What Would I Do Without You di Ray Charles, trasformata da Van in «un inno di gratitudine e confessione», e If You Only Knew di Mose Allison, elegante parentesi jazzistica dal sapore notturno. 

A Sense of Wonder è un disco che chiede tempo, ascolto, attenzione. È un lavoro che non punta a colpire, ma ad accompagnare. Che non cerca l’illuminazione immediata, ma si nutre del silenzio tra le parole. E proprio per questo, oggi più che mai, merita di essere riscoperto. Suona come un cammino aperto tra boschi interiori, dove la poesia non è fine a sé stessa, ma strumento per afferrare ciò che sfugge; la bellezza che resta, la luce che ritorna, il senso della meraviglia.


Dario Greco



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