Scoprendo The Healing Game (1997)
Era piuttosto tardi per i miei standard, dato che all'epoca facevo pratica nello studio di un commercialista, motivo per cui all'indomani avrei dovuto fare la solita levataccia. Ma a questo non davo grande peso, né importanza. Era una cosa che stavo facendo solo per tenermi occupato. Avevo 23 anni e pensavo quasi esclusivamente al divertimento, ai libri, alla musica. Una cosa piuttosto comune, perlomeno a quei tempi. La prima traccia mi prese subito bene e con i bassi equalizzati al massimo, mi feci colpire dal pattern di batteria e dalla sezione ritmica di Rough God Goes Riding. Mi resi conto immediatamente che si trattava di un Van Morrison piuttosto ispirato e movimentato, supportato da una band che girava alla grande. Ottimo feeling e groove collaudato e solido. Non avevo nemmeno letto i titoli, né visto chi suonava sul disco. Del resto in quella fase, masterizzando e ascoltando non meno di 4-5 dischi a settimana, non ci badavo più di tanto. Motivo per cui non avevo letto che il disco era stato pubblicato 6 anni prima, e che avevano partecipato musicisti come Matt Holland, Ronnie Johnson, Georgie Fame, Pee Wee Ellis, Paddy Moloney e Brian Kennedy. Fame lo conoscevo già e senza dubbio aveva ascoltato anche Ellis, così come per il fratello di Matt Holland, Dave, che suonava il basso con Pat Metheny. La cosa che mi colpì maggiormente durante quel primo ascolto fu la coesione, la potenza della band, il sound. Era un suono al contempo agile ed elastico, ma principalmente era un tipo di musica potente, almeno per me. Mi dava un senso di inquietudine, di movimento.
Non avevo letto di che anno fosse, ma bastava poco per capire che non era un lavoro anni Settanta e non mi sembrava nemmeno appartenente agli anni Ottanta. Anche se per certi versi mi veniva da associarlo, sbagliando, a certe cose che avevo sentito su Poetic Champions Compose, sempre di Van Morrison. La tripletta costituita da Rough God Goes Riding, Fire in The Belly e This Weight mi conquistò immediatamente, nonostante fossi distratto, ma fu solo quando partì la quinta traccia, Piper At the Gates of Dawn, che capii il valore del disco. Infatti mi incazzai con me stesso per averlo sottovalutato, visto che l'avrei potuto ascoltare con qualche mese d'anticipo, prendendolo in prestito dalla biblioteca. Diciamo pure che in quel periodo ero un po' distratto, dato che cercavo di mettere le mani su qualsiasi libro e disco rock, in generale. Avevo iniziato ad ascoltare musica con assiduità e impegno relativamente da pochi anni, ma capivo che avevo delle lacune incredibili e serviva tempo, impegno e passione per tentare di colmarle. Dico tutto questo perché oggi, a distanza di 20 anni da quel primo ascolto, conosco il valore dell'opera e so come posizionarlo, all'interno della discografia morrisoniana. Ed è un disco che assume altri significati, durante la maturità. Si può sicuramente apprezzare questo genere di musica già a 20 anni, ma ascoltarla a 45 è decisamente un'altra sensazione, dato che si tratta delle riflessioni di un uomo maturo; un uomo che fa i conti con sé stesso, con il proprio passato, senza sconti, soprattutto senza rinnegare la propria ricerca spirituale, una costante all’interno dell’opera di Morrison.
Musicalmente siamo davvero dalle parti del capolavoro o quasi. Il disco ebbe anche un buon successo commerciale ed è riconosciuto a livello critico, così come dagli appassionati di Van e di musica in generale. Nero come Rembrandt, bianco come i tasti di una tastiera. Convive con il soul e il blues, così come con il jazz e il folk. Insomma la solita miscela esplosiva che Morrison proponeva al suo pubblico da più di 25 anni. Eppure c'è qualcosa di speciale in questo 26esimo lavoro, che arriva esattamente vent'anni dopo rispetto a Blowin' Your Mind! disco di esordio del Nostro, come solista. In questo caso, udite, udite! Se ne accorsero perfino i critici musicali, che recensirono il disco attribuendogli i giusti onori. Incredibile, ma vero! Su tutti spiccano Mark Coleman per Rolling Stone e il sempre puntuale Greil Marcus. In effetti ci troviamo davanti a un autore concentrato e ispirato, che dirige una band di valore e livello assoluto.
Il disco non perde mai colpi, né ritmo e nei momenti migliori possiede un grande groove. Sotto il profilo dei testi le citazioni come sempre non mancano e vanno da The Wind in the Willows, il libro per ragazzi di Kenneth Grahame, passando per la poesia di William Butler Yeats, The Second Coming, praticamente una costante nella poetica e nell'ispirazione morrisoniana. The Healing Game, title-track posizionata alla fine dell'album, parla della tradizione del canto di strada di Belfast. Van Morrison in un'intervista rilasciata al magazine Q ha affermato che "la gente trova incredibile quando dico loro che la gente cantava e suonava musica per strada", aggiungendo che "c'è un'intera tradizione orale che è scomparsa". Inizialmente l'ambientazione musicale di The Healing Game ricorda Moondance: accordi di chitarra jazz, sincope gentile ma ferma, spartiti di fiati incentrati su un sax baritono caldo e acuto. Il tutto però è ora più sottile, più autunnale. Morrison ripete i versi in modo ipnotico, accarezzando ogni parola senza oscurarne il significato, riempiendo ogni sillaba e sospiro di suggestione. Senza ostentare o cadere nell'imbarazzo, fa appello al potere testimoniale della musica soul, anche quando i testi diventano sibillini e criptici. Tutto quello che dovete fare è sentire Morrison descrivere il suo "Fire in the Belly" su un groove fumante, e ti rendi conto che la sua fiamma è di quelle che brillano indefinitamente. "Burning Ground" illumina le oscure connessioni tra la breve estasi dell'amore romantico e la gioia prolungata della fede religiosa. Greil Marcus rimase piuttosto impressionato da questo lavoro, scrivendo che, "come il dio rude di cui canta, Morrison è a cavallo di ogni episodio della musica, ogni pausa di una storia più grande", ma consiglia un ascolto attento, poiché "spesso i momenti più rivelatori - i momenti che rivelano la forma di un mondo, un punto di vista, una discussione sulla vita - sono ai margini."
Analizzando la ristampa del 2019, All About Jazz ha affermato che "Healing Game è uno dei dischi più completi e personali, una magistrale affermazione musicale nella lunga, corposa discografia morrisoniana." Vi ho raccontato della prima volta in cui ho ascoltato, quasi per caso questo disco. Mentre sto scrivendo lo sto ascoltando invece per l’ultima. Nel corso di questi 20 anni The Healing Game mi ha tenuto compagnia in diversi momenti, spesso difficili, a volte anche allegri e giocosi. Il compito della buona musica è anche questa, accompagnarti lungo il percorso. Se scegliete un autore come Van Morrison sarà di certo un viaggio musicalmente esaltante, senza dubbio ispirato.
Dario Greco Web Writer



Molto bello, bravo!
RispondiEliminaTi ringrazio molto! :)
Elimina